31 May 2017

 Intervista a Todd Harple di Intel sul tech-fashion

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Il mondo del fashion sta diventando sempre di più digitale — e non si tratta solo di dispositivi da indossare, ma anche e soprattutto di abbigliamento, realizzato con tessuti in cui sono effettivamente integrati dei sensori in grado di misurare e monitorare il corpo di chi li veste. Dato che la moda inizia a guardare al di là dell’apparenza esteriore, gli stilisti devono allargare il loro ventaglio di competenze, così da garantire che le nuove tecnologie possano offrire la migliore esperienza per il cliente finale.

Abbiamo parlato con Todd Harple, antropologo e direttore della divisione Innovation & Pathfinding Strategies presso Intel, a proposito della commistione tra moda e service design, e di come il tech fashion potrebbe cambiare il modo di vivere delle persone.

In che modo il soft computing e i capi di abbigliamento smart stanno cambiando il sistema moda?

Abbiamo imparato subito dalla ricerca condotta tra gli utenti che ciò che le persone indossano, tengono o trasportano spesso comporta un significato mirato all’interrelazione tra moda, stile, funzionalità e altro.
Per i consumatori ciò si traduce nella possibilità di acquisire, senza attrito, informazioni contestuali dettagliate e sempre più precise sui loro corpi, comportamenti e contesti. A breve termine, molte di queste capacità verranno concentrate per aiutare gli atleti a migliorare le sessioni di allenamento, l’efficienza delle prestazioni e così via. A lungo termine, è plausibile che i nostri capi di abbigliamento arrivino a costituire una sorta di “scatola nera” contenente informazioni sui rischi per la nostra salute e quella delle persone intorno a noi, partendo dalla rilevazione di dati base come frequenza cardiaca e attività fino ad informazioni più dettagliate su idratazione, glicemia, prestazioni muscolari e perfino cognitive. Queste capacità hanno in sé il potenziale di trasformare il futuro della sanità e del benessere umano in generale.

In veste di antropologo, sento il dovere di capire come generare una connessione empatica con le persone che potrebbero fare uso di qualsiasi cosa possiamo produrre, eppure al tempo stesso sono perfettamente consapevole dei limiti della tecnologia e delle problematiche del business che occorre bilanciare.

La combinazione tra soft computing e miniaturizzazione della tecnologia offre alla moda nuovi strumenti e capacità che consentono ai designer di trasformare il modo in cui consideriamo e viviamo il nostro lavoro e il tempo libero. Non sono solo gli abiti in passerella a sfoggiare robotica o biosensori. Né si tratta semplicemente di vestiti e accessori che possono costantemente migliorare la nostra forma fisica ed evitare infortuni. Soft computing e capi di abbigliamento smart sono destinati a sfruttare in misura crescente il contatto intimo tra i nostri indumenti, accessori e i nostri corpi e movimenti per portare alla luce nuovi dati, esperienze e conoscenze. Per determinati versi si potrebbe ritenere che i fashion designer siano i “promotori dello sviluppo” del futuro. Grazie al potere dato dal soft computing, designer e case di moda potrebbero trovarsi nella posizione giusta per dare vita ad una svolta sensazionale in qualità di arbitri dei più grandi database di dati personali a livello globale.

Nella ricerca sulla fashion technology, abbiamo riscontrato molti casi di tentativi da parte dei fashion designer di trovare un equilibrio tra il desiderio di manipolare l’estetica e la funzionalità degli indumenti, inizialmente come espressione artistica. Da un lato abbiamo appreso come materiali e materialità abbiano influito su e ispirato il design mentre, dall’altro lato, come per un gruppo emergente di designer le esperienze e i processi tradizionali quali disegno di schizzi, realizzazione di decori modulari, taglio e cucito abbiano in parte generato disegno di schizzi digitale, creazione di modelli in 3D, stampa e assemblaggio.

In che modo un approccio improntato sul service design può aiutarci a migliorare il fashion design?

L’approccio sistemico del service design può influire sull’intero sistema moda, e lo farà. Designer e case di moda stanno già sperimentando quanto segue grazie all’introduzione di nuovi servizi ed esperienze che integrano la tecnologia in praticamente ogni fase del ciclo di vita di sviluppo del prodotto: sviluppo di nuovi tessuti e materiali di origine sia organica che sintetica, sviluppo di fibre con nuove capacità come cambiare colore o stato o conducibilità e nuovi strumenti con i quali progettare (disegno di schizzi e prototipizzazione con una risoluzione tale consentire alle visioni di trovare virtualmente limite solo nell’immaginazione), produrre e così via.

La co-creazione e la mass customization come servizi che legano ancora più strettamente design, produzione e acquisto rappresentano le prime avvisaglie dell’utilità del service design nella moda. Già in fase di crescita nel segmento delle calzature, il loro raggio d’azione è pronto ad estendersi a tutti i capi d’abbigliamento e agli accessori. I sistemi analogici tradizionali stanno instaurando una relazione pacifica con le partnership digitali (basti pensare ad esempi come Tag Heuer e Intel).

Quali sono i modi principali in cui ha osservato il service design introdursi nel mondo della moda negli ultimi 1-3 anni?

Il service design è in grado di creare una connessione più solida tra consumatore, design e catena di produzione. È un fenomeno che si può vedere nell’emergere della mass customization e personalization, si vedano per esempio Shoes of Prey e Feetz.

In termini di modelli di business, possiamo scoprire percorsi creativi che portano ad utilizzare modelli di “sharing economy”, ad esempio offrendo alle persone l’esperienza di provare la moda high-end (ad es. Rent the Runway) e creando simultaneamente un’economia mirata al massimo sfruttamento e riciclaggio.

Si può arrivare perfino a ripensare radicalmente i prodotti, focalizzando l’attenzione su un service design improntato su circular economy/Cradle to Cradle in risposta alle critiche espresse nei confronti del “fast fashion” (ad esempio Patagonia).

Quali sono secondo Lei le opportunità a disposizione del sistema moda per integrare il service design in capi d’abbigliamento e moda?

La riduzione degli sprechi e il danno all’ambiente sembrerebbero gli obiettivi più nobili che il service design può rendere sempre più fattibili. Consideriamo le cose che acquistiamo oggi che richiedono un processo “End of Life”: il riciclaggio di batterie, cellulari, elettronica di consumo e lampadine. Immaginiamo ora un futuro in cui ogni cosa che acquistiamo preveda un programma di fine ciclo. Il service design in questo caso può rappresentare una parte integrante.

Possiamo migliorare il collegamento lungo il ciclo di vita dell’esperienza: design, catena di fornitura, produzione, distribuzione. Dalla nostra prima conoscenza di un prodotto in avanti, service design e tecnologia hanno in sè la capacità di intrecciare l’ethos sociale e ambientale nel ciclo di vita visibile al consumatore.

Quali sono le maggiori innovazioni nel “fashion service” derivanti da quelle attuali?

Mass customization: fenomeni come Feetz, Nike iD e Shoes of Prey sono i primi a sfidare le regole del design, della produzione e della distribuzione. Feetz è un ulteriore passo avanti, infatti consente un design davvero personalizzato grazie a modelli 3D del piede del consumatore. Quanto passerà prima che le scansioni 3D diventino uno strumento accessibile e standardizzato applicabile ad altri capi d’abbigliamento?

Rapid design e prototipizzazione: software come V-stitcher, in combinazione con tecniche di produzione rapida come lavorazione a maglia e stampa 3D, trasformeranno rapid design e prototipizzazione in realtà, accorciando i cicli di sviluppo e ottimizzando i tempi di commercializzazione. Alcune aziende sono pronte ad emergere alle intersezioni tra hardware e software per armonizzare tale sviluppo e renderlo reale.

Nuovi materiali: sempre più aziende mettono alla prova le tradizionali conoscenze relative a materiali, alla loro produzione e al loro impiego. Materiali organici come la pelle sono in fase di sperimentazione per essere coltivati per la produzione, il kombucha ha mostrato il potenziale per produrre un materiale organico simile alla pelle o al vinile, fili e pezze in fibra d’argento, una volta utilizzati per le loro proprietà antimicrobiche, si trasformano in sensori e circuiti, mentre le università sono impegnate nello sviluppo di circuiti e batterie basati su fibre e fili. La stampa 3D promette non solo di adattare i materiali sintetici, ma anche di integrare nanotubi di carbonio e grafene in polimeri per una maggiore funzionalità. Altri stanno sperimentando l’utilità del micelio come mezzo di stampa. Nuove materialità di percezione, calcolo e materiali da costruzione hanno il tutte le carte in regola per consentire una svolta significativa nella nostra conoscenza e nelle nostre aspettative in merito alle catene di fornitura e degli impatti ambientali del sistema moda.

Biografia Il dott. Todd Harple è un antropologo che lavora per il New Devices Group di Intel, nell’Oregon, USA. Il suo lavoro è concentrato sui wearable e sul futuro del computing. Da 11 anni lavora in qualità di ricercatore e innovatore per Intel, dove attualmente ricopre il ruolo di Direttore di Strategie di Innovazione e Pathfinding. Ha vissuto in Italia, a Torino, per quattro mesi nel 2013.


Todd lavora da diversi anni nel campo del “soft computing” (con l’obiettivo di capire come rendere sensori e tecnologie comodi e morbidi al tatto e per il corpo, e come eventualmente integrarli nei tessuti) e dei capi di abbigliamento smart. La sua ricerca è iniziata cercando di studiare le persone che già attivamente integravano la tecnologia negli indumenti, quale obiettivo cercavano di raggiungere, cosa funzionava e cosa no, prima di ampliare tali scoperte a nuove materialità di percezione e di calcolo, rese possibili da nuovi materiali e dalla miniaturizzazione di tecnologie che potrebbero costituire le fondamenta di un’emergente data economy.

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